Arrangiamenti e Direzione Musicale di DanieleCaldarini
con
Sergio Bassanini (Clarinetto e Chitarra)
Daniele Caldarini (Pianoforte e Tastiere)
Francesco Gaffuri (Contrabbasso e Basso Elettrico)
Massimo Villa (Chitarre)
Chi non la pensa come noi è prima di ogni altra cosa un incontro. Quello tra la verve satirica di Alberto Patrucco e il caustico disincanto poetico di Georges Brassens. È il frutto dell'intenso percorso compiuto tra le parole e la musica di un artista unico, di certo il più raffinato e pungente cantautore francese del secolo scorso. Un incontro tra satira parlata e satira cantata, senza che una dimensione prevarichi l'altra, sul filo di emozioni da anni dimenticate e finite sotto spirito.
All'origine della produzione artistica di Patrucco e di Brassens – fatte le debite proporzioni, ci tiene a precisare il comico – ci sono diverse epoche storiche, differenti origini, persino distinte discipline: l'arte del monologo da una parte, la canzone d'autore dall'altra. Eppure, in Chi non la pensa come noi, si possono apprezzare lo stesso timbro e le medesime prospettive, oltre al massimo comune denominatore della parola, sempre in primo piano rispetto al contesto. Ed è proprio la parola l'attrezzo indispensabile impiegato da questi due artigiani del palcoscenico per smascherare le ipocrisie e le assurdità di quella che ci ostiniamo a definire attualità, non dandole, probabilmente, il reale valore.
I fendenti umoristici diretti su vicende e personaggi ben definiti, superano le persone e gli avvenimenti in oggetto per trasformarsi in frecciate satiriche sui tempi che corrono e, quindi, un po' su noi stessi. È un'alchimia di comicità ed emozioni, in cui all'incalzante ritmo del monologo puro, segue la genialità e l'ironia senza eguali delle canzoni di Georges Brassens.
I monologhi si intrecciano a una selezione di brani mai tradotti in italiano prima d'ora e preservati nei loro significati da una traduzione accurata, che ha ottenuto il consenso degli eredi di Brassens. Enrico de Angelis, responsabile artistico del “Club Tenco”, in proposito commenta: «Sappiamo tutti quali complessità armoniche e difficoltà musicali di canto presenta Brassens. Le versioni di Alberto sono ritmicamente e metricamente ineccepibili, fedeli quindi formalmente, ma nello stesso tempo fedeli nei contenuti».
La proposta di Patrucco, tuttavia, si allontana in parte dal solco originario. Dalla lettura minimale e propria dell'autore – voce, chitarra e contrabbasso – si passa, senza travisamenti, a una lettura musicale più articolata e ampia, sconosciuta in Italia fino ad ora. Merito degli inediti arrangiamenti di Daniele Caldarini, che mettono in primo piano la profondità della musica di Brassens, forse mai adeguatamente riconosciuta.
Gli elementi che costituiscono lo spettacolo, in apparenza distanti tra loro, si fondono alla perfezione, sino a diventare una cosa sola. Nonostante in taluni casi le canzoni originali siano state scritte oltre mezzo secolo fa, sorprende la sintonia col presente. Anzi, i molteplici piani d'ascolto sedimentati nel tempo, ci restituiscono tematiche, se possibile, ancor più affilate dal confronto con la quotidianità dell'oggi. Una magia che parte da lontano, dunque, per approdare sulla sponda della più stretta attualità.
Niente celebrazioni brassensiane, dunque, bensì l'idea di unire, seppure in epoche storiche diverse, sensibilità tanto affini; punti di vista che coesistono in perfetta armonia, proprio grazie al tessuto connettivo della musica.
Alberto Patrucco torna a cantare, in uno spettacolo comico coinvolgente e graffiante che si colora, qua e là, di musica e poesia.
ALBERTO PATRUCCO
Voce profonda, almeno quanto i temi che affronta con apparente leggerezza, abito di scena scuro, in omaggio alla scuola minimalista che imponeva massima attenzione alle mani e al volto, si presenta in palcoscenico semplicemente con la sua faccia e la sua verve. È Alberto Patrucco, classe 1957, attore comico di prima grandezza, ben noto alle platee italiane per il suo incontenibile eloquio, fondato sull'innata capacità di plasmare il linguaggio e i fatti. Nei testi che Patrucco scrive e recita anche in televisione, c'è sempre il filo di un ragionamento che, dopo e al di là dell'effetto comico, fa meditare. Ha pubblicato Tempi Bastardi (libro Mondadori, 2003); Vedo Buio! – manifesto del pessimismo comico (libro Mondadori, 2006); Chi non la pensa come noi (CD Edel 2008) e NECROlogica – un libro lapidario (libro e CD Foschi Editore, 2010).
GEORGES BRASSENS
È considerato il più grande poeta della canzone francese. Nasce a Sète, cittadina di mare a sud della Francia, il 22 ottobre 1921. Ascoltando una canzone di Brassens si percepisce subito la perfezione della lingua, la bellezza della musica e la delicatezza di una poesia che appare semplice, tanto è costruita.
Nel 1954 l'Académie Charles Cros gli assegna il “Gran Premio del Disco” e nel 1967 riceve il “Gran Premio della Poesia” dall'Accademia di Francia. Tra il 1953 e il 1981, ha venduto oltre 20 milioni di album. Fabrizio De Andrè lo considerava un maestro, tanto che alcune delle sue più famose canzoni (“Il gorilla”, “Morire per delle idee”, “Le passanti”, “Delitto di paese”, “Marcia nuziale”, “Nell'acqua di chiara fontana”) non sono che traduzioni di canzoni di Brassens. A Georges Brassens è stato assegnato il Premio Tenco nel 1976.
LECANZONIDELLOSPETTACOLO
Chinonlapensacomenoi
Ceuxquinepensentpascommenous di Georges Brassens
Testo italiano di Alberto Patrucco e Sergio S. Sacchi
È una canzone postuma, recuperata e incisa da Jean Bertola nel 1982. Una sorta di manifesto contro l'intolleranza, contro l'omologazione culturale, contro la produzione del consenso collettivo. Eloquente, in proposito, il ritornello: Signori miei, onestamente è giusto ammetterlo / Per dir che non si è intelligenti, occorre esserlo.
Quegliimbecillinatiinunposto Laballadedesgensquisontnésquelquepart di Georges Brassens (1972)
Testo italiano di Alberto Patrucco e Sergio S. Sacchi
Uno dei brani più attuali è senza dubbio «Quegli imbecilli nati in un posto», poiché viviamo in un momento storico sospeso tra mondializzazione e misero attaccamento al proprio giardino, alle proprie confuse e sconosciute radici culturali.
L'inizio sereno e ridente – È vero son graziosi i tipici paesi / I borghi, le frazioni, i cari vecchi ambienti / Con chiese, panorami e vicoli scoscesi… – non lascia minimamente immaginare il contenuto delle strofe successive. Quando, con tono ben diverso, si comincia a parlare degli abitanti: Al diavolo quei figli e la loro patria-madre / Finissero impalati sul loro campanile…
Più che il campanilismo, Brassens vuole colpire il sentimento che è alla base di esso: il credersi migliori degli altri o, in qualche modo, pensare di «avere Dio dalla propria parte», che fa sì che i campanilisti non siano soltanto delle persone pittoresche, ma anche sommamente pericolose. [*]
Laquercia Legrandchêne di Georges Brassens (1966)
Testo italiano di Alberto Patrucco
La struttura narrativa de «La grande quercia» è quella della favola, dove i versi, a cavallo fra reale e irreale, suscitano forti emozioni.
Brassens, talvolta attinge dalle favole, dagli aneddoti o dalle situazioni surreali. Non soltanto per un'esigenza poetica, ma anche perché sono i mezzi più adatti a comunicare le sue idee. Non ha un programma ed uno “status” politico definiti. Sugli aspetti più disparati della vita, assume posizioni morali, se possiamo definirle così, sulla base di considerazioni esclusivamente umanitarie. [*]
Lafalsaria Histoiredefaussaire di Georges Brassens (1976)
Testo italiano di Alberto Patrucco e Sergio S. Sacchi
«La falsaria», armonioso e seducente slow, è una brillante e attualissima denuncia della falsità del mondo e di tutto ciò che ci circonda. A finire all'indice è, pertanto, questo nostro universo mistificato e contraffatto; dove, comunque, un'ora d'amore vale pur sempre qualcosa.
È un surreale incontro d'amore tra il protagonista e una grande falsaria, in cui tutto ciò che fa da sfondo alla vicenda è “autenticamente” falso. Davvero grandioso lo spiazzante finale, tipicamente brassensiano: Nell'occasione il buon Cupido / Si comportò in modo infido / Da vero falso testimone / E anche Venere, maledizione! / Ma passerei da finto tonto / Se omettessi nel racconto / Che se non altro, devo a loro / Un'ora di autentico ristoro.
ZioMario OncleArchibald di Georges Brassens (1957)
Testo italiano di Alberto Patrucco
La poetica di Brassens utilizza spesso immagini surrealiste. In «Oncle Archibald», si propone di cogliere una giustificazione al sonno eterno. Per farlo, materializza la morte, la rende riconoscibile e perciò meno feroce. È un artificio letterario, grazie al quale zio Arcibaldo intreccia un dialogo con essa, consentendogli di ascoltare le sue spiegazioni.
La tradizione che vuole la morte dignitosa e onnipotente, è ampiamente stravolta e ci appare in tutta la sua fisicità, niente affatto enigmatica e maestosa. Cerca di essere attraente, di destare interesse negli uomini porgendo il suo lato piacevole, ma non ci riesce. L'apparente pochezza della morte induce lo Zio, una persona semplice, a una maggiore confidenza e a “parlar chiaro”.
In un attimo, l'esile figura un po' emaciata della puttana svanisce e la morte riprende tutta la sua dignità: da principio giustifica con un magnifico eufemismo la sua ineluttabilità, poi elenca i suoi aspetti positivi.
La cosa che il nostro riesce a fare è accettarla esclusivamente nella sua negatività, nella sua opera di oblio e di annichilimento che si traduce in una liberazione dai problemi che assillano l'umanità. Nell'aldilà brassensiano non c'è “resurrezione”, nessuna vita dopo la morte, ma serve comunque, e non è poco, a scrollarsi di dosso tutte le miserie del nostro mondo. [*]
DonGiovanni DonJuan di Georges Brassens (1976)
Testo italiano di Alberto Patrucco e Sergio S. Sacchi
Tutto l'amore di Brassens verso gli umili è riversato in «Don Juan», un'opera intrisa di compassione benché sia una delle più provocatorie da lui composte. Lo spunto è costituito dall'intercalare: Gloria a… Infastidito dalla retorica che trasuda da queste commemorazioni, costruisce, provocatoriamente, una canzone nella quale glorifica le sole persone per lui veramente meritorie: coloro che mostrano compassione e rispetto verso gli umili e i più sfortunati.
Brassens non ridicolizza mai “flics”, curati e militari in quanto tali, ma solo in quanto rappresentanti delle rispettive istituzioni. In «Don Giovanni» c'è un'ulteriore conferma di questo aspetto del suo pensiero. In questa canzone, infatti, non esita un solo istante a glorificare monache, soldati e poliziotti meritevoli di essersi dimenticati delle loro divise e di aver compiuto un gesto di coraggiosa comprensione umana. [*]
Lacriccadellazucca Lesqua't'zarts di Georges Brassens (1965)
Testo italiano di Alberto Patrucco
Qui, nei confronti della morte, si passa ad una ironia più pacata, la si accetta. I tentativi di beffarsi ancora di essa naufragano miseramente, sconfitti dalla realtà che si impone. L'ottimismo di Brassens, la sua ironia, lottano per tutta questa canzone dalle reminiscenze goliardiche contro una morte che non ha nessuno dei lati positivi che era riuscito a trovarle in «Zio Mario» e, quando ne ridi, ti fa gelare il sorriso sulle labbra.
L'autore immagina di essere stato invitato a un ballo in maschera organizzato da una cricca di buontemponi e conoscendo l'atmosfera burlesca che anima simili serate, crede che il funerale al quale sta assistendo sia anch'esso uno scherzo. Ma non si tratta di uno scherzo. [*]
* Liberamente tratto da “georges brassens attraverso le sue canzoni” di Antonello Lotronto
Le mie canzoni… Sono loro che bisogna interrogare ascoltandole meglio… Sono interamente dentro di loro, palese e nascosto… Chi ama le mie canzoni scopre tutto, chi non le ama… pazienza… La festa non si fa, il fuoco d'artificio fallisce. (GeorgesBrassens)
GEORGES BRASSENS – Nato a Sète, città di mare nel profondo sud della Francia, il 22 ottobre 1921 – la madre Elvira Dagrosa è figlia di immigrati napoletani – ci lascia a soli 60 anni, il 29 ottobre 1981. Viene così a mancare uno dei rari esempi di coerenza fra espressione artistica e vita privata. Brassens ci ha insegnato l'impegno civile non disgiunto da poesia, gusto dello humour e satira. Il tutto con grande originalità di scrittura, ma principalmente con un grande respiro di umanità: la tolleranza pur nella convinzione delle proprie idee. [**]